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Cineasti contemporanei





MARIO MONICELLI
e la commedia all'italiana, un patrimonio cinematografico nazionale


Mario Monicelli (Italia, 1915), una laurea in Storia e Filosofia all'Università di Pisa, è cineasta straordinario con oltre cinquant'anni di carriera alle spalle. Autore di una sessantina di film tra cui tanti capolavori assoluti; chi non ricorda i componenti della banda del buco de "I soliti ignoti", o gli allegri compagni di "Amici miei", oppure Vittorio Gassman-Brancaleone da Norcia in "L'armata Brancaleone"? Tutte figure entrate con prepotenza nell'immaginario collettivo.

Le sue opere sono patrimonio cinematografico nazionale ed è doveroso ricordare almeno: "Guardie e ladri", "I soliti ignoti", "L'armata Brancaleone", "Amici miei", "Un borghese piccolo piccolo", ma anche "Il medico e lo stregone", "La grande Guerra", "Romanzo popolare", "Il Marchese del Grillo", "I picari".

Insieme a Luigi Zampa, Renato Castellani, Luigi Comencini, Dino Risi, Antonio Pietrangeli, Lina Wertmüller, Pasquale Festa Campanile, Ettore Scola, Luciano Emmer e Pietro Germi, solo per citare i più importanti, è autorevole rappresentante della cosiddetta commedia all'italiana:"L'osservazione critica del costume, attraverso l'utilizzo di attori, non più di «tipi» presi dalla strada, e di sceneggiatori specialisti del genere", aggiungendovi, quale marchio personale, una... macabra cattiveria. Sostiene a riguardo:"Il macabro e il comico si accoppiano bene e facilmente, è una cosa che ho preso da René Clair. La cattiveria si usa poco nella comicità, ma, quando si sa usarla, funziona in maniera straordinaria. In Italia viene dalla commedia dell'arte, dalle marionette, la commedia all'italiana ha solo ripreso una tradizione. Il pubblico all'estero impazzisce, perché non riesce a capire come possiamo divertirci sulle nostre stesse turpitudini: pensi a Sordi, che ha fatto ridere mettendo in piedi una figura di sopraffattore, di cattivo".

La regia monicelliana esprime il miglior compromesso tra cinema d'autore e film da botteghino, ricetta che gli ha consentito di guadagnare la stima della critica e l'affetto del pubblico. Sotto la sua direzione sono passati i migliori interpreti nazionali: Totò, Aldo Fabrizi, Vittorio De Sica, Sofia Loren, Marcello Mastroianni, Vittorio Gassman, Ugo Tognazzi, Anna Magnani, Alberto Sordi ma anche attori più di genere come Nino Manfredi, Paolo Villaggio, Monica Vitti, Enrico Montesano, Giancarlo Giannini, Philippe Noiret, Giuliano Gemma, Stefania Sandrelli, e Gian Maria Volonté. Partendo dalla classica e poco impegnativa commedia, ha inaugurato un filone amaramente comico ed aggressivo. È la storia dei poveracci condannati a restare poveracci, la virtuosa Italia dell'arte dell'arrangiarsi.

Il primo film "Totò cerca casa" co-diretto insieme a Steno (Stefano Vanzina), è stato definito:"Una delle più belle parodie del neorealismo", interpretato da un superbo mattatore quale è Totò, è secondo incasso della stagione italiana nel 1949/50; non c'è che dire è un bel trampolino di lancio per Monicelli futuro autore di "Lavori feroci di un regista strafottente, cinico talvolta". Già nel terzo film "Vita da cani", sempre co-diretto con Steno, compare l'elemento amaro diventato poi suo marchio di fabbrica. Più volte in compagnia di Steno ha diretto il grande Totò e nel 1951 esce l'indimenticabile "Guardie e ladri"; sceneggiato da Steno, Monicelli, Flaiano, Brancati e Fabrizi, con la fotografia di Mario Bava, ha ricevuto il premio per la miglior sceneggiatura a Cannes, il Nastro d'Argento e la Palma d'Oro a Totò, e pur con problemi di censura, il pubblico identificandosi, ne ha decretato un successo straordinario. Nel 1952 "Le infedeli", co-regia con Steno per motivi commerciali ma soltanto sulla carta, il film diretto dal solo Monicelli inaugura un originale e personale cinema d'autore.

Successivamente gira l'interessante "Un eroe dei nostri tempi", essenziale per conoscere Alberto Sordi. Lo struggente "Totò e Carolina", distribuito con due anni di ritardo perché criticato ingiustamente per aver "trattato male" le forze armate e il cattolicesimo. Del 1957 è "Il medico è lo stregone", con Vittorio De Sica, Marcello Mastroianni e Alberto Sordi, sceneggiato da Age e Scarpelli: una spassosa e raffinata commedia da vedere assolutamente. È nel 1958 però, che il cineasta toscano si afferma come uno dei più grandi autori del nostro tempo attraverso un'opera cui tutta la commedia italiana ruota intorno, lo straordinario "I soliti ignoti"; considerato "La migliore commedia italiana di sempre"; comunque un grande successo nazionale e americano dove ha concorso all'Oscar. Un incredibile cast di personaggi entrati nella memoria collettiva: chi non ricorda, della scalcinata banda di ladruncoli, i personaggi di Ferribotte, Capannelle e del cosiddetto professore dello scasso, quel Dante Cruciani interpretato splendidamente dal grande Totò? Il successivo "La grande Guerra" è la riconferma del talento (Leone d'Oro alla Mostra del Cinema di Venezia); nella storia Sordi e Gassman, interpretano due soldati scansafatiche al fronte: il dramma e la commedia si fondono attraverso un approccio non eroico alla guerra, con protagonisti umili che tentano solo d'imboscarsi.

Il regista parlando dei suoi personaggi sostiene:"Li ho sempre presi in giro, ho messo a nudo le loro debolezze, le loro piccole e misere ambizioni". Scorrendo l'opera del grande maestro è importante ricordare che "Risate di gioia" è l'unico film nel quale recitano insieme Totò e Anna Magnani. "L'armata Brancaleone" è del 1966;"Uno dei più grandi successi del cinema italiano del dopoguerra, un'idea divertentissima realizzata con grandissima ironia da un terzetto di sceneggiatori che ci hanno regalato diversi capolavori (Monicelli-Age-Scarpelli)". È un'incredibile visione commediante del medioevo, attraverso le avventure fantasiose ed incasinate di una banda sfortunata di straccioni, uno delle opere più importanti del cinema popolare italiano, un vero cult-movie. Un successo di pubblico e critica tale che il detto Armata Brancaleone è entrato nel lessico nazionale ad indicare un esercito scalcinato. Indimenticabile la famosissima marcetta «branca, branca, branca... leon, leon, leon» con fischio e botto conclusivo come colonna sonora, e la lingua maccheronica inventata apposta, un misto di italiano, latino imbastardito, dialetto ciociaro e altre cose. Nella storia, Vittorio Gassman interpreta Brancaleone da Norcia, cavaliere vestito"tra il samurai e lo straccione italiano". È stato all'epoca un successo inatteso, un lavoro assolutamente originale nel marasma delle commedie all'italiana; scrive Morandini:"Fu un successo enorme e, una volta tanto lo merita in pieno: divertentissimo, pieno di annotazioni buffonesche, satiriche e umoristiche sui poemi cavallereschi, interessante, con un Gassman eccellente e irrefrenabile". Nulla migliora e nulla aggiunge il sequel "Brancaleone alle crociate" che ripropone nei minimi particolari la formula del suo precedente.

Con il passare degli anni Mario Monicelli continua a raccontare dell'Italia che cresce; in "Romanzo popolare", sceneggiato con ironia e grande successo, sempre con gli inossidabili Age e Scarpelli, e con "Amici miei", ideato da Pietro Germi che prima di morire lo ha affidato a Monicelli. Quest'opera ha scavato un solco così profondo nella memoria collettiva, che risulta impossibile non ricordare le gags esilaranti come la schiaffeggiata alla stazione o la «supercazzola» del conte Mascetti alias Ugo Tognazzi. È il vero ritratto della società italiana di allora che, secondo il cineasta trasforma paura e sofferenze in enormi scherzi. Meno coinvolgente invece, ma delicato, intimista, riflessivo e cupo (miglior regia al Festival di Berlino del 1976), "Caro Michele". Poi è di nuovo baraonda per "Amici miei atto II", con gags ancora più cattive, come quando fanno reggere ai turisti la Torre di Pisa con le corde; il terzo capitolo della saga "Amici miei atto III" invece, è stato diretto da Nanny Loi. Il celebre "Un borghese piccolo piccolo", premiato con il David di Donatello, è del 1977. Nella storia un drammatico e commovente Alberto Sordi, che pur di raggiungere lo scopo, rinuncia ad ogni regola morale: torturerà fino alla morte l'assassino del figlio per cui aveva sacrificato l'esistenza; non poche polemiche ha naturalmente suscitato il soggetto.

Una menzione per il divertente "Il Marchese del Grillo", premio alla regia al Festival di Berlino, e "Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno": avventure, nell'intorno dell'anno mille, alla corte di re Alboino, interpretato come sempre dagli interpreti italiani più famosi. Il recente "Speriamo che sia femmina", due David di Donatello, al film e alla regia, e un Nastro d'Argento, ripropone, ma rinnova mai stancando, la commedia all'italiana: è una storia tutta al femminile. Ne "I Picari", si vivono le avventure esilaranti, nella Spagna del 600, di due scapestrati avventurieri morti di fame, interpretati goliardicamente da Giancarlo Giannini ed Enrico Montesano. Per ultimi "Facciamo paradiso" e "Panni Sporchi", un quadro imbarazzante della piccola borghesia italiana in cui regna l'egoismo più spietato e Monicelli, cinico, non risparmia nulla.

"Il cinema non morirà mai, ormai è nato e non può morire: morirà la sala cinematografica, forse, ma di questo non mi frega niente". Mario Monicelli, Leone d'Oro alla carriera alla Mostra d'Arte Cinematografica di Venezia nel 1991.


Impossibile pubblicare la filmografia (interminabile!) del grande maestro, consigliamo la visione delle opere citate, tutte patrimonio cinematografico nazionale.




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